MUTUO E USURA SOPRAVVENUTA: LA SENTENZA DELLE SEZIONI UNITE N. 24675/2017

Esprimendosi a Sezioni Unite, il Supremo Collegio è ritornato sul tema di usura sopravvenuta.

Il caso: Una S.r.l. citava in giudizio la propria Banca, adducendo che il tasso di interesse definito dal contratto di mutuo intercorso fra le parti e stipulato nel 1990 fosse diventato usurario poiché superiore alla nuova soglia definita dal meccanismo di adeguamento dei tassi previsto dalla L. 108/1996. Risultata soccombente in primo grado, con condanna al rimborso dell’eccedenza rispetto al valore limite, la banca impugnava la sentenza, che veniva riformata dalla Corte d’appello; il giudice del gravame qualificava il rapporto intercorrente fra le parti come un contratto di mutuo fondiario e riteneva legittima la pattuizione degli interessi ivi prevista. La S.r.l., pertanto, ricorreva in Cassazione.

Il giudizio: pur rigettando il ricorso proposto dalla società, Il Supremo Collegio ha ritenuto necessario riprendere il ragionamento svolto dalla Corte d’Appello territoriale, esprimendosi a Sezioni Unite per dirimere un contrasto giurisprudenziale in tema di usura sopravvenuta. La questio iuris sottesa al caso concreto, infatti, ineriva la validità e/o efficacia della clausola contenuta in un contratto di mutuo con cui si pattuiva un tasso di interesse che, perfettamente legittimo al momento della stipula dell’accordo, era divenuto usurario solo durante l’esecuzione del contratto, per effetto dell’applicazione del sistema di adeguamento previsto dall’art. 2 L. 108/1996 (Legge antiusura), entrata in vigore successivamente alla conclusione dello stesso.

Un primo filone interpretativo risolveva la questione sostenendo la sostanziale irrilevanza della sopravvenuta usurarietà del tasso, essendo necessario far riferimento al solo momento genetico dell’accordo.

Un secondo orientamento, all’opposto, riteneva che, laddove il tasso fosse divenuto usurario in ragione del meccanismo previsto dalla Legge antiusura, la relativa clausola contrattuale dovesse essere dichiarata inefficace o invalida con effetto ex nunc, a partire dal momento in cui il tasso pattuito risultava essere maggiore rispetto alla nuova determinazione del valore soglia. Secondo questa interpretazione, una volta elisa la clausola illecita, si doveva dare applicazione alle clausole sostitutive previste dagli artt. 1339 e 1419 c.c.

Orbene, il Supremo Collegio aderiva al primo orientamento, facendo leva sull’apporto interpretativo portato dallo stesso Legislatore con il D.L. 394/2000, poi convertito nella Legge di 24/2001 ed a cui il giudice è vincolato nell’applicazione della norme di legge. Colà si affermava, infatti, che “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 c.p. e dell’art. 1815, 2° comma, c.c. si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento” (art. 1, 1° comma, L. 24/2001).

È pertanto il momento iniziale del rapporto contrattuale che rileva ai fini dell’usurarietà del tasso, mentre il fatto che il questo diventi superiore al tasso-soglia in costanza del rapporto non può determinare l’automatica invalidità o inefficacia della relativa clausola negoziale. Nel ragionamento compiuto dai giudici di Cassazione, tale effetto, infatti, può discendere solo dall’illiceità della clausola stessa, poiché posta in violazione di una norma imperativa che consiste nel “divieto di usura”: vale a dire, nel divieto di “pretendere un tasso d’interesse superiore alla soglia dell’usura come fissata in base alla legge”.

Ma, osservano i Giudici di legittimità, la fonte del “divieto dell’usura è contenut[a] nell’art. 644 c.p.” ed è esclusivamente dal concetto di usura colà previsto che dipende l’applicazione delle sanzioni conseguenti, sia di carattere penale di cui allo stesso art. 644 c.p., sia di carattere civile ai sensi dell’art. 1815, 2° comma, c.c. .

Il perno dell’impianto giuridico in tema di usura è pertanto costituito dalla disposizione penale in esame, la quale, al terzo comma (la legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari), richiama a sua volta la fonte legislativa – identificata, nello specifico, dalla L. 108/1996 – per la definizione della misura concreta ed aggiornata dal valore soglia, da cui poi dipende la determinazione del carattere usurario o meno del tasso di intesse applicato alla fattispecie fattuale. Con una precisazione: in virtù dell’opera interpretatrice del Legislatore, a cui il giudice è vincolato, tale carattere dovrà essere valutato al momento del raggiungimento dell’accordo negoziale e non successivamente. Aggiungono a proposito gli Ermellini, che tale impostazione risulta essere “coerente [con] una disciplina che dà rilievo essenziale al momento della pattuizione degli interessi valorizzando in tal modo il profilo della volontà e dunque della responsabilità dell’agente”.

La confutazione dell’automatica inefficacia e invalidità della clausola in presenza di un tasso di interessi divenuto successivamente usurario – precisava il Supremo Collegio – non deve, essere considerata quale una diminuzione degli strumenti di tutela offerti al mutuatario, bensì mira “soltanto [a] negare che uno [degli strumenti di tutela] sia costituito dalla invalidità o inefficacia della clausola in questione”, consentendo al mutuatario medesimo l’esperimento di altri rimedi a sua disposizione, come per altro sostenuto dalla Corte Costituzionale allorquando si era espressa sulla compatibilità costituzionale della legge di interpretazione autentica.

Infine, la Corte si soffermava sull’alternativa tesi che vede l’illiceità della pretesa del pagamento degli interessi ultra-soglia in quanto contrario a buonafede. Come precedentemente operato, anche in questo caso i Giudici di legittimità non danno corso a tale impostazione: invero, l’art. 1375 c.c. opera nell’ambito della “realizzazione dei diritti scaturenti” dal contratto e la sua violazione si verifica alla luce, delle “particolari modalità di tale esercizio” che, nel concreto, si appalesano scorrette. La violazione della buona fede in executivis dipenderà pertanto dal contegno tenuto e dalle circostanze presenti nel caso concreto, dovendo essere “escluso che sia da qualificare scorretta la pretesa in sé di quegli interessi, corrispondenti a un diritto validamente riconosciuto dal contratto”.

 

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